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“Da quando esiste l’uomo esiste la favola come
possibilità d’evasione immaginifica da una realtà
troppo spesso banale: Ciò che nel Carnevale avviene tramite
il travestimento ( nella liberazione della quotidianità)
nella favola il bambino lo perpetua come fruitore attento e credulo
d’una realtà meravigliosa e misteriosa.
Nei personaggi delle storie, il bambino ritrova ( come l’attore),
la possibilità d’identificarsi in qualcosa d’altro
da lui, studiando le possibilità che mano a mano gli si
presentano davanti : la favola è un luogo magico nel
quale si ritrovano puntualmente, e chiaramente in scala allegorica,
vizi e virtù
della stessa vita. Ecco perché ogni buona favola, al di
là
dell’edificante lieto fine, cela figure canonici assimilabili
ai personaggi della nostra quotidianità”
Dall’introduzione della
proposta iniziale al progetto effettuata dagli artisti e da alcuni
famigliari dei disabili l'affermazione dello stato delle conoscenze
sull’impiego delle
modalità artistiche in ambito riabilitativo prima del
progetto Pinocchio:
è evidente un’ingiustificata assimilazione del matto
al bambino, o ad un soggetto magico, l’angelo; la favola
viene considerata come uno strumento pedagogico ed anche ricreativo,
in nessun caso uno strumento di cambiamento personale e d’integrazione
socioculturale.
Certamente il livello di partecipazione e di condivisione della
favola è insufficiente agli scopi di cambiamento e di ristrutturazione
richiesti in ambito terapeutico e riabilitativo.
Ben altre “favole” garantiscono la salute mentale delle
persone e di intere società e culture: queste favole sono
i miti. I miti condividono con le favole, e con le credenze religiose,
il fenomeno del doppio binario, poiché sono metodi d’interpretazione
della realtà, in qualche maniera immanenti, paralleli
alla cosiddetta “realtà vera”.
Prima del progetto Pinocchio si poteva credere che fosse utile
e terapeutico raccontare favole ai matti come se questi fossero
bambini.
Sulla base di precedenti studi sulla teoria dei processi simbolici
noi abbiamo invece richiesto ai soggetti di narrare o rielaborare
inventando e reinventando il Pinocchio di Collodi. Infatti non
l’ascolto
o interpretazione drammatica di una favola è terapeutico,
lo è raccontarla. Non basta raccontare una favola, introducendo
nella storia frammenti dissociati della propria psiche, è
necessario che la favola venga condivisa dal gruppo: in questo
processo di acculturazione dei nuclei dissociati è implicita
la possibilità
per ciascuno di riappropriarsi del lato in ombra, condividendolo.
Abbiamo superato le premesse di partenza:
“Oggi purtroppo, gli anziani ( non a caso portatori di
saggezza in quanto “esperienza”) sconfitti agli audiovisivi,
non raccontano più le favole ai piccini; i genitori sono
assente per il lavoro; i megacartoons o i nuovi padroni della
realtà
virtuale, sommamente imperversano dai piccoli schermi, in canovacci
ripetuti all’infinito, e senza più nette sfumature
tra il bene o il male.
Dov’è finita la favola?!
Ecco che il nostro progetto, vuole porsi come un recupero della
favola, nel senso della ‘narrazione e analisi delle mille
simbologie della vita, coinvolgendo attivamente il bambino e
trasformandolo, da semplice spettatore, a vero e proprio attore
degli avvenimenti via via narrati”.
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