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La logica dell'immaginario

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La teoria dell'Attachment di John Bowlby, Bowlby, 1969; Bowlby, 1973; Bowlby, 1980, postula una necessità universale umana di stabilire una relazione madre figlio basata sul fenomeno dell'imprinting. Questo fenomeno è stato osservato da Lorentz e Timbergen, nella specie del papero grigio dove si forma presto un vincolo con la madre. Ci sarebbe anche un rapporto di reciprocità nelle prime relazioni nei mammiferi, compreso l'uomo (Hofer 1995).

Lo sviluppo della relazione madre bambino sarebbe il risultato di un'evoluzione darwiniana di sistemi comportamentali che proteggono dal pericolo di predazione la prole immatura. Essendo geneticamente programmato il comportamento d'attaccamento, l'Attachment, non dipenderebbe, come nella teoria freudiana, dall'oralità e da altri oggetti parziali connessi. Cardo nella sua teoria della personalità considera la relazione orale freudiana come un pattern primario dell'attaccamento. Da notare che lo stesso Freud nella seconda topica cambiò la teoria dell'investimento libidico, debilitando la Sexualtheorie, ridefinendo l'autoerotismo e distinguendo un narcisismo primario da uno secondario. Il problema della relazione d'oggetto fu precisato in seguito da Lacan nel seminario VI dove rivide criticamente questa definizione della relazione d'oggetto. Secondo Bowlby c'è un'incompatibilità tra la teoria delle relazioni oggettuali della psicoanalisi e la teoria dell'Attachment che considera l'oggetto precostituito come totale.

In quest'ambiente teorico sono citati gli esperimenti (Harlow) 1959, con scimmie rhesus allevate con bambole sostitute della madre, di filo di ferro o di panno, dove si considera significativo il risultato della preferenza delle bambole di panno a quelle di filo di ferro, benché non nutritive.

Opposto all'Attachment è l'esplorazione dell'ambiente, Detachment, che suppone un allontanamento dell'oggetto protettivo, considerato come base sicura alla quale il bambino ritornerebbe.

Il comportamento d'Attachment cambia con la maturazione il bambino: i lattanti utilizzano il sorriso o il pianto, ecc. per fare che la madre si avvicini. Con la comparsa della locomozione, il bambino sviluppa meccanismi più complessi per la ricerca dal contatto, avvicinamento ed attivo inseguimento della madre.

Ainsworth ha classificato tre tipologie di situazioni:

Attachment sicuro, securely attached,;

Attachment insicuro ed ansioso, anxiously attached and resistant,;

Attachment insicuro e distante, anxiously attached and avoidant.

Questa teoria utilizza concetti derivati dal comportamento animale, etologia, della psicoanalisi relazione d'oggetto materno, della cibernetica, retroazione negativa del comportamento d'allontanamento.

Bowlby nell'onda delle scoperte etologiche applicò la teoria dell'imprinting all'uomo. Il fenomeno dell'imprinting nelle specie animali è il riconoscimento di una figura di riferimento per l'animale neonato, per gli uccelli nidifughi, solitamente la madre. Questo riconoscimento fissa l'immagine e la voce della madre e si stabilisce un meccanismo di riconoscimento del neonato per la madre ed in generale questa riconosce suo figlio. Questo meccanismo è trasmesso filogeneticamente ed è una reazione innata. Konrad Lorentz riferisce che le papere cinerine lo seguivano come se fosse una mamma papera per essere stato il primo essere vivente che i piccoli paperi avevano visto alla nascita.

Che nella specie umana mammifera la relazione madre figlio fosse fortemente investita di significati affettivi reciproci è da sempre conosciuto. E che questi significati siano connessi alla relazione materna e che questo sia in lunga misura innata, è anche risaputo.

Il meccanismo d'imprinting nell'uomo o non esiste o, se esiste, può avere un significato ed una valenza completamente differente che negli animali: lo stesso significato di residuo della filogenesi che hanno le branchie, residuo transitorio nell'ontogenesi di un organo respiratorio dei pesci.

Questa affermazione è basata sulle seguenti ragioni:

L'imprinting è un pattern di comportamento innato di relazione e comunicazione, il suo valore esiste per gli animali che hanno situazioni relazionali e comunicative meno sofisticate che nell'uomo. L'uomo ha un mezzo unico per segnalare il pericolo, descriverlo, chiedere aiuto: la parola. L'imprinting umano è dunque fondato sulla parola, i meccanismi di presenza ed assenza sono fondati sulla parola, il pianto e gli altri suoni emessi per il lattante sono i patterns del comportamento linguistico. L'assenza della figura d'Attachment struttura il linguaggio. In quest'ambiente si produrrebbe la mentalizzazione (Fonagy).

L'ambiente dell'uomo è culturale e sociale ed è artificioso sostenere che sostanzialmente le reazioni filogenetiche siano fissate a situazioni proprie dello stato selvaggio, ma si dovrebbe ben considerare le variazioni di questi meccanismi genetici che hanno consentito la nascita della socievolezza umana e la cultura. Le paure dell'infante, pertanto, sono fantasmatiche e si compongono con la parola, nei racconti e nella trasmissione culturale dei credi religiosi ed i miti che costituiscono l'ambiente culturale e sociale dell'uomo.

La specie homo sapiens non può essere fissata geneticamente a patterns vecchi di diecimila anni, non si spiega come l'evoluzione sociale e culturale umana. È possibile spiegare l'attuale situazione mentale e sociale dell'uomo solo ammettendo in questo un'estrema flessibilità di adattarsi, ottenibile riducendo in minima parte il meccanismo innati, vicoli ciechi dell'evoluzione, con una rivalutazione dei meccanismi acquisiti per apprendimento.

La caratteristica della specie umana è la mancanza di specializzazione, o per lo meno, la specializzazione in un'unica funzione, l'intelligenza.

Il significato dell'Attachment per imprinting non è dimostrato per la reazione al sorriso di Spitz, perché il bambino di tre mesi reagisce a qualunque sorriso, anche a quella di un disegno e no-solo al sorriso di un'ipotetica figura d'Attachment.

L'esperimento di Harlow è stato fatto in condizioni di laboratorio con scimmie affette da depravazione materna, probabilmente affette da sindrome di Spitz. La prensione di un corpo soffice ha un valore molto grande di sopravvivenza per le scimmie che vivono in alberi, il piccolo letteralmente agganciato del corpo di sua madre con i riflessi di prensione, presenti in maniera recessiva anche nel bambino e nell'adulto decerebrato, come riflesso innato di grasping.

Le ricostruzioni psicoanalitiche non hanno dimostrato con evidenza un'esperienza d'imprinting. Quello che più si assomiglia all'imprinting è il fenomeno dello specchio descritto da Lacan.

Ammettendo un Attachment innato, in un contesto dove le peculiarità della relazione con la madre non sono messe in discussione, la cosa più interessante per le finalità cliniche è il Detachment.

Per lo studio della schizofrenia e la paranoia è importante la separazione più che l'attaccamento.

La scoperta di Bowlby e Ainsworth che un Attachment sicuro permette la separazione potrebbe avere importanti applicazioni cliniche per la rottura della simbiosi schizofrenica.

Spitz descrisse una sindrome nei bambini negli istituti per orfani, interpretata come dovuta a deprivazione materna. L'inclusione delle scimmie nella sindrome di Spitz è coerente con la teoria dell'Attachment

Il bambino è un prodotto del corpo della madre e che solo in l'ambito culturale è possibile la separazione da essa.

Dire che la madre immagina il figlio come separato da sé stessa vuole anche dire che lei introduce un significante di distinzione, di separazione nella sua relazione diadica col figlio.

Da dove esce quest'immaginazione, se non come prodotto culturale? La separazione è un mito diffuso, condiviso dalla madre che permette al figlio di separarsi.

I miti non sono sogni collettivi, ha ragione Malinowsky, ma in quanto esprimono, invece ha ragione Freud, i desideri collettivi.

Non credo che la madre debba avere un mito differente da quello Edipico, ma che sia necessaria una differente lettura dell'Edipo: l'Edipo visto dalla madre e non dal punto di vista del figlio quale è solitamente considerato nelle ricostruzioni psicoanalitiche.

La donna utilizza il fallo dell'uomo e questo apre la strada al figlio che associativamente e simbolicamente è il fallo, com'è già noto. Questo fallo acquisito non può essere mantenuto dalla donna, perché questo andrebbe ad interporsi col fallo del padre. Il mito d'Edipo in cui la madre riceve il fallo del padre ed il figlio acquisisce la sua definizione sessuale identificandosi o con la madre o col padre, è evitato dalla madre che mantiene suo figlio fallo e permette che si realizzi il destino d'Edipo, vale a dire che il figlio sia il fallo della madre.

Allora, paradossalmente, si può dire che nella schizofrenia si realizza il fato del personaggio sofocleo, Edipo. In questo mito il padre deve essere assassinato: In realtà il padre sparisce, il suo omicidio consiste nella sua mancanza di esistenza mitologica, l'ignoranza del valore del fallo oggetto di desiderio separato per la madre. Lacan lo chiama forclusione del nome del padre, simbolicamente il fallo. La madre acquisisce il suo oggetto di desiderio nel figlio. Questo non realizza la sua identità per la mancanza dell'intermediazione comparativa e separativa dell'oggetto.

Non è la separazione del figlio dalla madre il problema, ma la separazione della madre dal figlio, l'accettazione di questo ad abbandonare l'oggetto, accettazione che consente a questo figlio oggetto di trasformarsi in individuo.

I primitivi tobriandesi, citati da Malinoswsky negano il ruolo del padre nella generazione. Il figlio viene da fuori, passa per la testa della madre e poi va nell'utero. Il ruolo del padre, col suo fallo, è suolo quello di aprire una strada.

Volendo interpretare questo mito d'interesse antropologico potremmo dire che l'esistenza di un nuovo individuo è primariamente un fatto psichico, nel testa, diremmo la cultura, della madre che non riesce a realizzarsi senza la contribuzione del fallo.

La creazione di un uomo è, prima che un fatto biologico, un prodotto di cultura.

La logica del fantasma. Nel suo seminario degli anni 1966-1967, Lacan svilupperà la logica dal fantasma, espressione ultima della logica del desiderio, tentando di rendere conto del legame originario dell'individuo all'Altro, relazione che traduce una domanda impossibile da rispondere: Che cosa vuoi? Che vuoi?).

Lacan adotta il concetto freudiano di fantasma, ma pone l'accento sulla funzione difensiva. Nel seminario degli anni 1956-1957, il fantasma è assimilato ad una "ritenzione” nell'immagine, un modo di impedire che sorga un episodio traumatico. Immagine coagulata, modo di difesa contro la castrazione, il fantasma è iscritto in maniera non riducibile al registro immaginario.

Certe parti del corpo si prestano particolarmente all'operazione logica di separazione che traspone il proprio oggetto nella cosa immaginaria: lo sguardo, la voce, il seno e le feci. Il numero degli oggetti otturatori immaginari è infinito: quello sguardo che attrae, quella frusta che si teme, quella forma del seno che affascina, quel topo esecrato, quegli oggetti da collezione accumulati, quella chioma seducente, quell'occhio allucinato, quella voce adorata, etc.

L'espressione “logica del fantasma”, si giustifica per il fatto che il fantasma è più strettamente che il resto dell'inconscio, strutturato come un linguaggio; poiché il fantasma, in fin dei conti, è una frase con una struttura grammaticale che sembra articolare la logica del fantasma.

Invece la relazione originaria si fonda primariamente sulla reazione al sorriso di Spitz, allora si apre anche un altro campo, quello del linguaggio analogico basato sull'immaginario. L'immagine quindi non ha solo un significato di tipo occlusorio, d'abbagliamento rispetto al godimento, e al desiderio, ma acquista valore di comunicazione, di linguaggio, ha una sua grammatica. Il Nome del padre, il fallo è anche una maschera chiamata Totem.

Ecco perché ritengo che possa parlarsi di logica dell'immaginario.

Fotografie
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